'A Causa mia! - Nuovo Progetto

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'A Causa mia!

Nel 2026 la IOD Edizioni di Napoli pubblica ‘A Causa mia! scritto a quattro mani da Carlo Eligio Mezzetti (avvocato e massimo esperto di Diritto della Proprietà Intellettuale) e Michele Zizzari sulla storica sentenza del 1908 che assolve Eduardo Scarpetta dall’accusa di plagio che Gabriele D’Annunzio gli aveva mosso per aver realizzato una parodia della sua opera La figlia di Iorio. Il primo precedente giuridico che liberalizza la Parodia in Italia. Il testo riporta lo scritto originale in napoletano di Scarpetta che rivive in forma di satira genesi, motivazioni e fasi del processo, con traduzione in italiano a fronte curata da Zizzari.
Eduardo Scarpetta amava ridicolizzare chi credeva d’essere superiore agli altri, per ceto, civiltà e cultura e lo ostentava ricorrendo a mode orientali solo perché era la novità del momento. Trovava ridicoli quegli ornamenti coi quali i ricchi facevano sfoggio della loro pseudo erudizione dell’Oriente. Così realizzò una parodia satirica de La figlia di Iorio, opera del D’Annunzio, vate ed eroe, poi sostenitore del regime fascista, che dava spettacolo della sua vita goliardica e che raccontava spesso di persone e famiglie agiate che ricorrevano all’apparenza come unico valore.
 
Scarpetta iniziò a preparare l’opera invertendo i ruoli, facendo interpretare i personaggi maschili alle donne e viceversa, poi si recò a Marina di Pisa per incontrare D’Annunzio e chiedere la sua approvazione. Alla lettura della parodia il poeta rise di gusto ma non acconsentì all’utilizzo della sua creazione temendo che potesse nuocere alla sua immagine, anche se aveva costruito la sua fama proprio sugli eccessi, sugli scandali e sui gossip che generava.

Il rifiuto del vate arrivò però solo tramite telegramma, quando ormai era troppo tardi per fermare lo spettacolo, durante il quale alcuni sostenitori del poeta crearono un tale baccano, con fischi, urla e minacce che Scarpetta, travestito da donna, fu costretto a chiudere il sipario.
D’Annunzio, che era anche proprietario amministrativo della Siae, approfittando di e fidando in questo suo potere, denunciò per plagio l’opera di Scarpetta dando al via al processo. Il processo si svolse a Napoli il 1908 e si concluse con l’assoluzione di Scarpetta che dovette lottare anche contro alcuni letterati, critici e latinisti (anche napoletani) che ritenevano il suo teatro una maschera senza il senso del reale. Il rifiuto del vate arrivò però solo tramite telegramma, quando ormai era troppo tardi per fermare lo spettacolo, durante il quale alcuni sostenitori del poeta crearono un tale baccano, con fischi, urla e minacce che Scarpetta, travestito da donna, fu costretto a chiudere il sipario.
Scena del processo nel film "Qui rido io"
di Mario Martone
Un precedente storico che diede la possibilità (e non solo in Italia) a tutta una schiera di autori, comici, registi e attori di poter realizzare e rappresentare opere umoristiche e parodie senza rischiare d'essere denunciati per plagio, anche se rimaneva la spada di Damocle della censura. Possiamo quindi dire che la parodia è nata in Italia proprio grazie a Eduardo Scarpetta e al suo grande coraggio, quello di affrontare e sconfiggere in aula uno dei più importanti intellettuali del momento, il quale dovette abbandonare il tribunale di Napoli anche deriso da parte del popolo partenopeo, che non mancò di sostenere il suo popolare regista. Perfino Mario Martone ha elogiato nel bene e nel male la figura di Eduardo Scarpetta raccontando nel film Qui rido io la vita dell’attore e regista teatrale e del suo incontro/scontro con D’Annunzio.
Michele Zizzari e Carlo Eligio Mezzetti
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