Gli Attivi Compagni - Michele Zizzari

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Gli Attivi Compagni

Breve storia delle attività teatrali pazienti
del Dipartimento di Salute Mentale di Portomaggiore
condotte dal regista Michele Zizzari

Le attività hanno avuto inizio a Portomaggiore nell'ottobre 2005, cui hanno preso parte 10 pazienti, 2 operatori del Centro Diurno De Salvia del DSM, più 4 volontari (una aspirante clown, una laureanda in Terapia della riabilitazione psichiatrica, che si laurea nel corso dell'esperienza con una tesi di laurea proprio sull'intero ciclo delle attività del gruppo, sua madre e un attore della locale Compagnia dialettale Esperia).
I pazienti del gruppo - eterogeneo per età, sesso e problematiche individuali - avevano già svolto nei due anni precedenti attività corporee, espressive e di socializzazione in una serie di laboratori, ma non avevano mai fatto teatro in senso stretto: per la prima volta cioè si trovavano impegnati nell'allestimento di uno spettacolo da mettere in scena a teatro e da presentare a un pubblico.
A condurre la nuova esperienza il regista partenopeo Michele Zizzari
, che da subito impegna il gruppo a lavorare a una sua rielaborazione originale di Aspettando Godot di Samuel Beckett dal titolo Esperando, già messa in scena da detenute e detenuti della Casa Circondariale e dai pazienti del Centro Diurno Psichiatrico di via Romagnoli del DSM di Forlì.
L'opera è pensata dal regista in modo che si presti a una libera e soggettiva interpretazione da parte degli attori e che si adatti alle differenti attitudini creative ed espressive dei singoli componenti del gruppo. Ciascuno può metterci del suo valorizzando al massimo le proprie caratteristiche, le capacità e l'inventiva personali. Nonostante questo le difficoltà non mancano: l'opera è densa, con brani impegnativi da mandare a memoria e dialoghi serrati, ricchi di allusioni e di senso, che richiedono uno sforzo mnemonico importante, una tempistica rigorosa e a un grande affiatamento.

I personaggi, caratterizzati da mille sfaccettature e contraddizioni, implicano poi un uso consapevole dell'espressione non verbale, della mimica facciale, del corpo, dell'atteggiamento e del tono della voce. Per fortuna il progetto è saggiamente elastico e non prevede limiti di tempo tassativi. Nei primi mesi ci si vede una volta ogni 15 giorni, dal primo pomeriggio a sera (saltando le festività), anche per abituare il gruppo al nuovo tipo di attività, finalizzate questa volta allo spettacolo. Gli attori però continuano a impegnarsi sul testo, sulla realizzazione delle scenografie e dei costumi e nel reperimento dei materiali di scena. Naturalmente la preoccupazione di doversi confrontare con un pubblico giudicante e il timore di non farcela (insieme alle vicissitudini esistenziali di ognuno) producono in alcuni attori incertezze e ripensamenti, che però vengono di volta in volta superati dal lavoro che si va svolgendo e dai progressi sempre più convincenti compiuti dai singoli e dal gruppo.

Un ruolo strategico lo gioca la natura stessa dell'opera: piace a tutti e diverte moltissimo gli attori, che sono spesso costretti a interrompere le prove scoppiando a ridere a crepapelle a causa delle situazioni paradossali interpretate e per le loro stesse battute. Infatti, pur affrontando temi serissimi su cui l'umanità si interroga da sempre e che affrontano il senso stesso dell'esistenza umana, l'assurdità e le contraddizioni brucianti dell'organizzazione sociale che gli uomini si sono dati, l'opera lo fa con scanzonata ironia e con trovate di sorprendente vis comica, lasciando agli attori lo spazio e il tempo per un sano e autentico divertimento da consumarsi direttamente in scena. Gli interpreti poi non possono che arrendersi alla naturale simpatia dei vivaci e buffi personaggi, sempre più vissuti con compassionevole benevolenza e umana comprensione da tutti.
Ad aiutare è anche l'insolito metodo di lavoro del regista, che unendo l'impegno e la partecipazione attiva a un clima ludico e rilassato, in stile tipicamente partenopeo, riesce a far lavorare il gruppo in profondità ma con leggerezza.

Si approfondiscono le motivazioni di ogni singolo personaggio e i contenuti dell'opera.
C'è chi perfeziona i costumi: giacche, camice e pantaloni laceri e rattoppati, destinati a una nutrita schiera di clochard. Altri portano a termine le scenografie disegnando un immenso sfondo che rappresenta un cielo azzurro costellato da nuvole che prendono vaghe forme di punti interrogativi. Altri ancora producono gli ultimi materiali di scena: vecchi scarponi, bombette consunte, valige di cartone, trucchi. Gli operatori invece si dedicano all'organizzazione dell'evento e alla promozione. Alla fine tutto è pronto, resta da vincere solo l'emozione, che è forte. Alle 21.00 di giovedì 29 maggio 2007 il Teatro Smeraldo di Portomaggiore è gremito di gente: Gli Attivi Compagni
portano in scena Esperando. La città ha risposto con intenso calore ed è un successo straordinario, tanto sperato quanto inatteso, di pubblico e di critica.
Dopo la pausa estiva, settembre 2006, il gruppo vive un'esperienza di vita in comune presso la Libera Università di Alcatraz
fondata e diretta da Jacopo Fo in Umbria.
In quei 5 giorni il gruppo compie il salto di qualità, comincia a sentirsi come una vera compagnia di teatro, si pranza e si cena tutti assieme e all'aperto, al mattino si fanno le prove e al pomeriggio si va in giro a scoprire il territorio o viceversa, si approfondiscono i rapporti interpersonali.
Alla sera si ragiona e si parla su quel che si è fatto, sulle proprie esperienze di vita e sull'opera, che sempre più assume una sua precisa fisionomia. Alcuni ospiti dell'agriturismo assistono alle prove, si emozionano, si divertono e commentano positivamente il nostro lavoro, ci incoraggiano a continuare. Gli attori cominciano a essere consapevoli della loro bravura e a vedersi in scena, crescono la convinzione e la determinazione. Ormai solo qualcuno nutre ancora perplessità.
Il gruppo decide di darsi un nome: Gli Attivi Compagni
.
Dopo quest'evento gli incontri si fanno più serrati e ci si incontra quasi tutte le settimane.
Il lavoro prosegue fino all'interruzione per le festività di fine anno, e i progressi sono sempre più vistosi. Il laboratorio riprende a metà gennaio 2007, e con una nuova certezza: si andrà in scena il 29 maggio al Teatro Smeraldo di Portomaggiore, nel quale si ottiene di poter tenere anche le prove. La certezza del debutto però crea qualche apprensione. La cosa non crea però problemi insormontabili, perché sin dall'inizio alcuni attori sono stati abituati a scambiarsi parti e consegne e a sostituire le compagne e i compagni che, per motivi di salute o impegni familiari, saltavano qualche prova. La solidarietà, il reciproco sostegno e una certa interscambiabilità dei ruoli e dei compiti su cui l'esperienza si è fondata sin dall'inizio permettono di risolvere cambiamenti e urgenze improvvise.
A ridosso del debutto infervorano i preparativi. Si perfezionano le scene e lo stile interpretativo.


Al termine dello spettacolo le reazioni del pubblico sono meravigliate, i commenti entusiastici ed emozionati. Tutti sottolineano che Esperando è un'opera complessa, difficile da rappresentare, anche per degli attori consumati, e che si è trattata di un'impresa che ha sicuramente comportato un impegno quasi professionale e uno sforzo davvero notevole, se non impensabile per delle persone che non erano mai salite su un palco e che devono fare i conti con un disagio esistenziale con cui non è facile convivere. Così come a tutti è apparso chiaro che gli attori in scena (pazienti, operatori e volontari alla stessa maniera) avevano superato se stessi dando vita a uno spettacolo di forte impatto emotivo, di raro coinvolgimento e di importante spessore drammaturgico e attorale.
Soprattutto ha colpito l'autenticità, la naturalezza espressiva delle interpretazioni, il coraggio con cui gli attori, una volta superati i timori iniziali, hanno affrontato la loro prima sfida col teatro e col pubblico. Particolarmente gradite, anche perché competenti, le testimonianze degli addetti ai lavori presenti (psichiatri, operatori e esperti di teatro), come quelle del dottor Guglielmo Russo
, dirigente del DSM di Portomaggiore.

E se dietro le quinte, prima di cominciare, osservando gli attori nel momento dell'imminente debutto, i volti erano rossi di pudore, gli occhi bassi e le fronti corrugate dalla paura di poter sbagliare qualcosa e i corpi sudati per l'emozione, alla fine è stato un tripudio di gioia per tutti loro.
Un'esperienza che da sola costituisce una gratificazione, una soddisfazione e una conferma impagabili: la consapevolezza di valere, di essere in grado di portare a termine e bene un progetto difficile per chiunque, di essere capaci di inventare, creare e regalare emozioni, di possedere abilità insospettate, di affrontare difficoltà e superarle, di essere utili per sé e per gli altri.
E dopo lo spettacolo e il bagno di folla, tutti al ristorante come fanno le compagnie di mestiere per la meritata cena celebrativa del gruppo, durante la quale ognuno ha potuto raccontare emozioni e sensazioni vissute e i retroscena della stupefacente serata: inutile dire che tutti traboccavano di felicità e che ognuno aveva un proprio particolare segreto da svelare.
Poi la pausa estiva, con l'impegno però di ripassare il testo, per tener fresca la memoria, perché in cantiere vi erano altri spettacoli da tenere in due o tre comuni del ferrarese.
Infatti Gli Attivi Compagni
tornano a portare in scena Esperando:
- il 16 settembre alla Fondazione Casa Viva nell'ambito della Rassegna di Teatro delle Diverse Abilità Le altre persone
promossa dalla stessa Fondazione, dal Teatro Comunale De Micheli e dal Comune di Copparo di Ferrara, nel quale sono intervenuti Enzo Toma (tra i massimi esperti di teatro e disabilità e direttore artistico di Maccabeteatro) e Mirko Artuso (direttore artistico del Gruppo di Teatro e Disabilità Le Altre Parole)
- e il 13 ottobre al Centro Sociale "Torre del Primario" di Argenta (Fe) per l'annuale Festa del Volontariato dal titolo Non siamo alberi solitari
.
Qui arriva il progetto, ma tutti  - pazienti, operatori e familiari - soddisfatti del percorso compiuto, dell'esperienza vissuta, dei risultati e delle conferme ottenute aspettano di poter proseguire l'avventura con la realizzazione di un nuovo spettacolo.

Nel 2008 cade il trentennale della Legge 180 di Franco Basaglia che significò la chiusura dei manicomi e una nuova era nel trattamento del disagio psichico. A Bologna e a Ferrara sono previste iniziative e celebrazioni e la Compagnia degli Attivi Compagni è chiamata a parteciparvi.
Con grande soddisfazione
Esperando torna in scena alla Sala Estense di Ferrara: il 22 maggio 2008 per la Rassegna Formattart (promossa dall'Accademia della Follia, dal Dipartimento di Salute Mentale, dagli Assessorati alla Sanità e alla Cultura, dal Teatro Comunale e dalla Provincia di Ferrara) e il 15 settembre per il Progetto La Società a Teatro, una complessa iniziativa tra cultura e salute (promossa dal Centro Servizi per il Volontariato di Ferrara, dall'Assessorato alla Salute e Servizi alla Persona e dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Ferrara) che riunisce in una sola rassegna le diverse realtà di teatro sociale presente sul territorio.

Il laboratorio riparte nel 2009. Al gruppo si aggiungono nuovi attori, un operatore (anche chitarrista) e altri due musicisti volontari (tra cui una cantante), che lavorano alle musiche e agli effetti sonori del nuovo lavoro teatrale in corso di preparazione e di allestimento. Gli attori rispondono a un complesso questionario su come ognuno di loro si vede. Il questionario prevede sia risposte riguardanti la loro vita vissuta sia risposte immaginifiche del tipo "se tu fossi un fiore, un animale o un oggetto, che fiore, animale o oggetto saresti?". Da qui, partendo dalle suggestioni suggerite dalle risposte, il regista elabora una serie di storie che si alternano in una cornice narrativa magico-surreale. Il filo conduttore che le lega è rappresentata da una sciamana che accoglie le singole storie e tenta di dare una risposta ai desideri e alle domande, consapevoli o inconsapevoli, che vi sono contenute. A queste storie si aggiungono altri brani elaborati dal regista sui temi trattati nelle storie e altri stralciati da suoi lavori poetici. Il tutto viene discusso, analizzato e fatto proprio dal gruppo. Il lavoro si arricchisce di nuovi elementi, di contenuti, di ulteriori sviluppi (anche imprevisti) e di significati. Così prendono corpo i personaggi, la loro dimensione sociale, psicologica e simbolica, le azioni sceniche, il materiale scenografico.

Naturalmente man mano che si va avanti si cerca di migliorare e potenziare tecniche, abilità e capacità su cui si fonda l'attività teatrale (utili anche per la vita) e su cui bisogna continuamente lavorare: concentrazione, presenza, percezione e ascolto, respirazione, improvvisazione, voce e intonazione, movimento ed espressione corporea, memoria, partecipazione e coordinazione corale, tempi, ritmi, eccetera. Si tratta di un metodo integrato, di un work in progress, che - dato il particolare contesto in cui agisce - tiene conto delle particolari attitudini, delle problematiche terapeutiche e psicologiche di ciascuno.
In pochi mesi l'opera è montata e l'entusiasmo del gruppo è alle stelle.
Oracoli
, questo il titolo del lavoro, tenta di creare - attraverso frammenti narrativi e suggestioni surreali - una rete di relazioni tra la dimensione privata, soggettiva e individuale con quella pubblica, oggettiva, collettiva e perfino universale. Una rete come trama di un'improbabile comunicazione tra le nostre origini, il presente che viviamo e quel che potrebbe essere il futuro.
Dai rituali sciamanici, capaci di unire ed esortare intere comunità a danzare per la pioggia, fino all'esplosione delle singole narrazioni soggettive tipiche dell'urgenza individualistica contemporanea. Ad ascoltare e accogliere queste istanze individuali è un insolito oracolo-donna, una sorta di Sibilla Cumana fatta in casa, che non teme però di tentare una scaltra lettura delle questioni che le vengono rivolte, ri-considerate in una prospettiva più ampia, spesso ribaltata, che spiazza il punto di vista comune. Una lucida saggezza le concede di vedere oltre il desiderio individuale. Le sue risposte sibilline - collocandosi al di là delle circostanze e delle aspettative soggettive - azzardano visioni profetiche e denunciano inadeguatezze, contraddizioni e ingiustizie.

In luglio il gruppo viene invitato a far parte del cast di attori in una fiction su Franco Basaglia diretta dal regista Marco Turco, prodotta dalla RAI e Claudia Mori, che va in onda in due puntate su RAI 1. La fiction C'era una volta la città dei matti, con Fabrizio Gifuni nei panni di Basaglia e con Vittoria Puccini, viene girata a Imola presso le strutture dell'ex Manicomio detto dell'Osservanza.
Una partecipazione che per i pazienti-attori del Centro Diurno di Portomaggiore - regolarmente messi a contratto e pagati come comparse - rappresenta un'importante e significativa esperienza umana e formativa, oltre che una meritata gratificazione di carattere economica. L'andare in scena sul set cinematografico, l'essere ripresi da macchine da presa professionali e dai cameraman della RAI, spalla a spalla con personaggi celebri del grande schermo e con attori, truccatori e costumisti di professione ha significato una conferma degli enormi progressi che tutto il gruppo ha fatto in questi anni di teatro.
Gli attori saranno poi invitati alla prima proiezione del film al Be-Fest di Bari
.
Oracoli
va in scena il 14 ottobre 2009 alla Sala Estense di Ferrara, sempre nell'ambito del progetto La Società a Teatro, promosso dal Centro Servizi per il Volontariato di Ferrara, dall'Assessorato alla Salute e Servizi alla Persona e dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Ferrara, in collaborazione con l'Università e altri Enti. L'opera sarà poi replicata nel 2010 al Teatro Lolli di Imola in occasione dei 20 anni della Ca' de' venti (associazione imolese dedita al disagio psichico) e integralmente ripresa dalla troupe televisiva che ha girato la fiction prodotta dalla RAI su Franco Basaglia C'era una volta la città dei matti, girata proprio a Imola negli spazi dell'ex manicomio dell'Osservanza e alla quale i pazienti-attori degli Attivi Compagni hanno attivamente preso parte.

 
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